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Mauro Corradini, dal catalogo “Doppio Misto”, 2001

Si direbbe che all'appuntamento del "doppio misto" siano approdati solo autori dal complesso curricolo, o forse oggi, ribaltando, non ci possono che essere artisti dalla vicenda complessa, risposta a stimoli egualmente differenziati. Ci si accosti, anche velocemente, alla ricca biografia artistica di Salvatore Sebaste per meglio cogliere gli ultimi preziosi frutti della sua ricerca, tutti incentrati sul segno che vaga libero nella materia della pittura, a trascrivere umori. Nel pittore lucano ritroviamo la matrice del gesto automatico, inconsapevole, surrealista, che ne definisce gli ambiti e gli scarti.
A partire dai fondali delle opere in esposizione, costruiti con la struttura stessa della pittura, pieni di pulsioni e di tensioni che scoppiano in grumi e strappi, sui quali si riversa il segno. C'è forse una memoria di dripping: si direbbe tuttavia che la musicalità interiore, più ancora che la "casualità controllata" del gesto, costituisca il riferimento indispensabile per la mano che trascrive ritmi, crea magie, descrive misteri.
Da qui il sedimentarsi delle materie, l'uso costante di differenti materiali, dalla garza al cartone ondulato, dal colore fluido a quello compatto, quasi smalto, a descrivere certe luminosità, che non appartengono alla vista dell'occhio, ma alla vista del cuore.
In Sebaste l'astrazione si evolve su ritmi interiori, e i titoli, che spesso sono sussidi e indicatori, ci aiutano a penetrare nelle sequenze musicali o mentali che ne sostengono lo sforzo: così che il segno che si sedimenta con i frammenti della quotidianità all'interno della superficie rugosa, prelevata dalla mente, può definire uno stato d'animo, ultima metafora dell'arte.